1) Bayle. Indipendenza dell'etica dalla religione.

Bayle esamina il rapporto fra gli atei e la morale, che poi
susciter un grande dibattito all'interno del mondo dei filosofi.
Partendo dal presupposto che la fonte della morale non  la
religione, ma la natura, egli conclude che gli atei hanno valori
morali come gli altri e quindi una societ di atei  possibile. .
P. Bayle, Pensieri diversi sulla cometa, paragrafi CLXXI, CLXXV,
CLXXVII e CLXXXII (pagina 236).

Da tutto quanto son venuto dicendo, traggo la seguente
conclusione:  il piacere e la facilit di procurarsi il piacere
che rende certi vizi pio comuni di altri, e non certo le opinioni
che si possono avere intorno alla malizia pio o meno grande di
certi vizi; e per conseguenza che la religione (perch  qui che
volevo arrivare) non serve sotto questo profilo se non a offrire
lo spunto per belle declamazioni dal pulpito, e a farci conoscere
il nostro dovere; dopo di che ci comportiamo lasciandoci
esclusivamente guidare dal nostro gusto per i piaceri. Ne risulta
che gli atei, i quali non fanno che seguire la stessa direzione,
non sono necessariamente pio corrotti che gli idolatri, bench non
abbiano, come costoro, questa o quella particolare opinione
intorno al male e ai suoi castighi.
Possiamo ora renderci conto come sia perfettamente verosimile che
una societ di atei si comporti secondo norme civili e morali allo
stesso modo delle altre societ, purch essa provveda a far punire
severamente i delitti, e attribuisca a determinate azioni
carattere onorevole o infamante. Come l'ignoranza di un primo
essere creatore e conservatore del mondo non impedirebbe ai membri
di tale societ di essere sensibili alla gloria e al disprezzo,
alla ricompensa e alla pena, e a tutte le passioni che
riscontriamo negli altri uomini e non offuscherebbe minimamente i
lumi della ragione, cos' potremmo trovare tra loro gente leale nel
commercio, caritatevole verso i poveri, nemica dell'ingiustizia,
fedele agli amici, capace di sopportare le ingiurie, di rinunciare
alle volutt del corpo, incapace di fare torto a chicchessia; sia
perch il desiderio di lode la spinga a tutte queste belle azioni,
che non potrebbero non avere la pubblica approvazione, sia perch
spinta dal desiderio di conservarsi amici e protettori in caso di
bisogno. Le donne rispetterebbero scrupolosamente la pudicizia,
come mezzo infallibile per acquistare l'amore e la stima degli
uomini. Non dubito affatto che potrebbero anche accadere delitti
di ogni specie, ma non pio che nelle societ degli idolatri,
perch tutti i movimenti dei pagani, sia per il bene che per il
male, si troverebbero identici in una societ di atei, cio le
pene e le ricompense, la gloria e l'ignominia, il temperamento e
l'educazione. Perch per quanto concerne la Grazia santificante,
che ci riempie di amore di Dio, e ci fa trionfare sulle nostre
cattive inclinazioni, i pagani ne sono tanto sprovveduti quanto
gli atei.
Chi voglia pienamente convincersi che un popolo privo della
conoscenza di Dio, si imporrebbe regole d'onore e le osserverebbe
con grande scrupolo, non ha che da esaminare quel certo concetto
mondano di onore, diffusissimo tra i cristiani, e che 
diametralmente contrario allo spirito del Vangelo. Vorrei proprio
sapere di dove  stato ricavato questo concetto, idolatrato dai
cristiani, che sono disposti a sacrificargli ogni cosa. E' forse
perch essi sono persuasi che c' un Dio, un Vangelo, una
Resurrezione, un Paradiso, un Inferno, che credono di violare tali
regole dell'onore lasciando impunito un affronto, cedendo il passo
a un altro, o avendo meno alterigia e meno ambizioni dei propri
pari? La risposta non  dubbia_.
Se poniamo a confronto il comportamento di diverse nazioni, tutti
professanti ugualmente il cristianesimo, vedremo che una cosa
ritenuta disonesta in un paese, non lo  affatto in un altro.
Bisogna dunque ammettere che le idee di onest diffuse tra i
cristiani non provengono affatto dalla religione che essi
professano_ Riconosciamo dunque che il genere umano possiede certe
idee intorno all'onore che sono opera della natura, cio della
provvidenza generale. Riconosciamolo soprattutto per quanto
concerne quel tipo di onore di cui i nostri valentuomini sono cos'
gelosi, e che  cos' contrario alla legge di Dio. Dopo di che,
come si pu ancora dubitare che la natura dia luogo anche fra gli
atei, nei quali manca la remora della conoscenza del Vangelo, a
quegli atteggiamenti che esso suscita fra gli stessi cristiani?.
Si immagina forse che un ateo, essendo persuaso che la sua anima
muore con il corpo, non sia indotto a compiere alcuna azione degna
di lode per quel desiderio di immortalare il suo nome, che ha
invece tanto potere sullo spirito degli altri uomini. Ma si tratta
di un convincimento falsissimo;  infatti assolutamente certo che
coloro i quali hanno fatto grandi cose per il desiderio di essere
lodati dalla posterit, non sono stati affatto lusingati dalla
speranza di sapere nell'altro mondo che cosa si sarebbe detto di
loro una volta morti_.
Dunque, non  certo la credenza nell'immortalit dell'anima che
induce ad amare la gloria; e per conseguenza, gli atei sono
altrettanto capaci di aspirare a una eterna reputazione quanto i
credenti_.
Comunque, mi si dir, sarebbe pur sempre strano che un ateo
vivesse virtuosamente. Si tratterebbe di un prodigio che sorpassa
le forze della natura. Rispondo che non  pio strano che un ateo
viva virtuosamente di quanto non lo sia un cristiano che si induce
ai peggiori delitti. Dal momento che assistiamo ogni giorno a
questa specie di miracoli, perch dovremmo ritenere impossibile la
prima?.
Ma per assumere una posizione pio decisa, e non lasciare nei
termini di una semplice congettura ci che ho supposto a proposito
dei costumi di una societ di atei, noter che le poche persone
che hanno fatto una professione aperta di ateismo, un Diagora, un
Teodoro, un Evemero, e qualche altro, non hanno affatto vissuto in
modo tale da far sospettare una qualche dissolutezza di costumi_
Epicuro, che negava la provvidenza e l'immortalit dell'anima, 
uno dei filosofi antichi che  vissuto nel modo pio esemplare_ Ma
come si spiega allora, mi si dir, che tutti immaginano gli atei
come i pio grandi scellerati dell'universo, che uccidono, violano,
distruggono tutto ci che possono? La ragione  che ci si immagina
falsamente che un uomo agisca sempre secondo i suoi princ'pi;
cio, a seconda di ci che crede in materia di religione.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
quattordicesimo, pagine 458-461.
